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Archivio Febbraio 2007

ragazzina (del battere e del levare)

25 Febbraio 2007 3 commenti


Il fiume al di là dei pioppi rigetta nuvole di vapore che si addensano sulla strada lacerata dal passaggio delle auto.
Il campo è poco lontano, a ridosso della Scuola Media.
La luce dei lampioni sporca l’aria di pennellate giallastre.
Maura passa il ponte, gira a sinistra, supera il cancello di ferro e percorre un breve tragitto sterrato.
Porta un berretto di lana calzato sugli occhi, i guanti da sci e un piumino rosso sopra la tuta.
L?allenatore è già lì con i palloni dentro la rete; cammina ai bordi del campo, massiccio, la barba lunga, il fischietto appeso al collo.
Lei fa con un cenno della testa e si toglie i guanti.
Apre la sacca.
Sotto la pressione delle dita avverte la superficie di gomma, tesa, ruvida.
Palleggia alternativamente finché trova la consistenza che preferisce, il rimbalzo deciso, il rumore sordo.

Le compagne arrivano un po? alla volta.
In città ci sono palestre coperte presso le scuole ma è dura ottenere i permessi e dover pagare i bidelli e quindi devono allenarsi all?aperto, anche d?inverno.
In fondo a lei va bene e, poi, il campo è poco lontano da casa sua, appena due chilometri.

Le piacciono il freddo, le grida, la partita, le corse rapide, gli schemi, la sensazione di caldo che si allarga man mano che si muove, il buio tagliato dalla luce, la nebbia che sale a zaffate.

Il rettangolo di cemento è illuminato da lampioni stradali che riversano un chiarore opaco, sfuggente. La superficie ruvida di cemento si apre qui e là in bolle spaccate da crepe.
Le righe bianche laterali sono smangiate, appena visibili.

Attacco, difesa, canestro, tiri liberi, salti, contatti.
Cominciano i giri di corsa e il fiato esce con sbuffi di vapore raggelato.
Man mano che il calore si insinua tra i vestiti, le ragazze si spogliano della giacca e dei berretti.

Un doppio fischio; la partita inizia e lei sente il fremito consueto, l?eccitazione, la sfida.

E? una delle più magre, gambe e braccia lunghe, corpo fragile da ragazzina in crescita, il seno appena accennato.
Un ragnetto.
Le altre sembrano tutte più grandi. Dicono parolacce, si incazzano, le toccano il culo.
Lei è l’unica studentessa.
La domenica, il giorno della partita, nello spogliatoio si caricano con la musica. Una di loro porta un mangiadischi e lo accende a palla.

Maura è tranquilla, silenziosa, in realtà spaventata dalla vitalità delle altre, dalla loro incontenibile frenesia e curiosità.
Si spogliano senza alcun pudore, fanno la doccia tutte insieme, si lanciano commenti rudi, si osservano, si spingono, si toccano, si abbracciano con l?esuberanza di una giovinezza inquieta.
Per lo spogliatoio aleggia un profumo dolciastro, di sudore aspro, di ascelle, di shampoo, di sapone, di borotalco.

In partita, lei è veloce e agile, si insinua tra i corpi delle altre e scivola verso il canestro, indifferente, in mezzo al chiasso dei tifosi.

Ma è anche esile e così leggera che basta una piccola spinta e si ritrova per terra. Ogni allenamento, ogni partita, le portano in regalo dita indurite, malconce, e lividi.

?La palla, rimbalzando a razzo dal supporto dell?anello, vola sopra il capo dei sei e cade ai piedi dell?uomo. Lui l?afferra al primo rimbalzo corto con una fulmineità che li fa trasecolare. Mentre lo contemplano ammutoliti, l?uomo prende la mira strizzando gli occhi attraverso nubi azzurrognole di fumo d?erbacce, sagoma improvvisamente scura come un fumaiolo nel cielo primaverile del pomeriggio, muovendo i piedi con cura, spostando da un lato all?altro la palla con nervosismo davanti al proprio petto, una pallida mano aperta sopra la spalla e l?altra sotto, facendola saltellare paziente per arrivare a chissà quali accomodamenti nell?aria stessa. Ha grosse mezzalune sulle unghie. Poi la palla sembra risalirgli il bavero destro della giacca e partirgli dalla spalla mentre lui flette le ginocchia, e sembra che la palla finirà il bersaglio perché, benché si sia trattato di un tiro d?angolo, la palla non è diretta verso la tavoletta. Non mirava a quella. Cade entro il cerchio dell?anello frustrando la reticella con un bisbiglio di signora per bene.
?Ehi!? grida lui inorgoglito?

“Corri Coniglio? di John Updike pagg 3 e 4

Le compagne le passano il pallone.
Ma lei, questa volta, non corre.
Si ferma, aspetta, allarga le dita e allunga il braccio lasciando, infine, cadere mollemente il palmo della mano.
Il pallone prende un giro rovesciato, si impenna in un arco rotondo.
Maura si appoggia saldamente sui piedi e accompagna la palla con il movimento della testa inclinata a destra.

EHI!

Esulta tra l?abbraccio delle compagne di squadra.

Ecco, questo

Il gioco ricomincia, più cattivo, brutale.
Un contatto più rude degli altri la fa cadere per terra.
Rotola via accentuando la caduta.
Le mani sono rovinate.
L?allenatore ferma il gioco, disinfetta le abrasioni, la consola con una carezza sulle spalle, indugia appena un attimo più del necessario.
Maura arrossisce e scappa via, tanto ormai la partita è finita.
Quando torna a casa sola, sudata e stanca, nel buio della strada un uomo l?avvicina.
Sembra ubriaco. Le urla dietro frasi oscene.
Lei tira via dritto pedalando in fretta.

La notte mastica e sputa la sua inquietudine.

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ab origine

23 Febbraio 2007 5 commenti
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interno – esterno

19 Febbraio 2007 6 commenti


con tubi.

la porta si chiude.
Davanti a lei è seduto un ragazzino di cui intravede i jeans consumati e le scarpe allineate con grazia.
Il bus riparte con uno sbuffo leggero e piccoli sussulti.
Lei si appoggia al vetro e sistema i capelli con tocchi brevi e nervosi.

Tra venti minuti.
Una scala da salire, una stanza chiara dalle finestre alte

Un’altra volta.

Una sensazione bruciante nello stomaco le provoca un rigurgito acido.
Cerca una gomma da masticare nella borsa rimestando con disattenzione
Toglie gli occhiali, il fazzoletto, un libro, le chiavi di casa.
Eccola.

Controlla la sacca blu sotto il sedile.
Deve ricordarsi di prenderla, dopo.
C’è tutto, crede.
Ripassa mentalmente il contenuto.
Sì.

Interno, esterno.
Una bolla di sospensione.

Manca poco.
L’autobus si arresta con un sussulto
Scende.

E’ già stanca prima di cominciare.

Ancora, pensa

Sale i gradini.
Si apre la porta automatica.
Una zaffata di calore

Esterno, interno

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e

16 Febbraio 2007 Commenti chiusi

poi ti viene in mente quando gli lavavi la testa sul lavandino prima che andasse a scuola o quando veniva nel letto, in piena notte, stropicciandosi gli occhi. Si aggrappava ai tuoi capelli e tu non riuscivi più a muoverti, ma faceva lo stesso.
Prima di andare a dormire, andavi a guardarlo, aprendo piano la porta e ti chinavi su di lui
(magari faceva un bel sognopensavi se tu gli daviunbaciotuttelesere)
e i capelli sapevano di liquirizia e allora li annusavi, per conservarne il profumo

Poi così tanto d’altro da non poter stare dentro nemmeno nella tua testa; pezzi di vita, sparsi negli anni.

Adesso lui è alto e magro e dinoccolato e cammina un po’ curvo e ha i tuoi occhi, le tue braccia, le tue gambe e il carattere del padre e la tua emotività

(mihairegalatounbelpeso)

e non sei più capace di abbracciarlo perchè è grande ormai
o lo fai in fretta perchè corre via subito
e allora gli dai un buffettosullatesta

(ecicapiamonoiduevero?)

Tu sognatrice, tristallegra,

che cerca
che cosa?
che non sa stare da nessuna parte,

che si chiede sempre come si fa.
Come si fa?

e, se ci pensi bene, anche lui scappa,
appena può
con il suo sorriso largo,
il suo accenno di barba,
gli occhi verdi assonnati
i capelli ricci che non stanno mai a posto
ma tanto non li pettina mai

anche lui scappa, dunque,
da qualche parte
magari in giro per il mondo
a cercare non si sa che

una birra, una coca

noiduecicapiamo, sì.

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e

16 Febbraio 2007 4 commenti


se la salvezza fosse nel cambiamento?
nell’andare in giro per il mondo, per esempio

ma loro capirebbero?

loro chi?

loro.

Non lo sentirebbero come una fuga, un distacco, un abbandono?

E che dici dei sensi di colpa? Quanti sensi di colpa potresti sopportare?

Non so sopportare i sensi di colpa
Ma sarebbe solo per un po’.
Una lontananza dai ruoli.
Un recupero

Un recupero.
lontananza dai ruoli.
che ruoli? Li hai scelti tu.

sì.

Una pausa allora.
un respiro nuovo, un tornare indietro.
essere una persona.
Solo una persona.
avere dei vincoli solo con me stessa.

non esistono persone così.
Si hanno sempre dei vincoli con qualcuno.
Mi sembra un discorso irriflessivo, quantomeno.

Che ti succede?

e, poi, ci hai provato ad andare in giro, appena hai potuto

si.

e sei finita lo sai dove, là a Londra

si.

allora?

Allora, poi, credevo di non essere più capace nemmeno di
“pensare” alla possibilità di muovermi

Dunque?
adesso, pensi di poterlo fare?

Non so.
mi piacerebbe, … prima di.
Prima di che?
prima di

Tu mi pensi come una povera stupida in giro per il mondo in cerca di chissà che.
Magari solo di paesaggi
vero?

no.

In un bar a bere birra, o coca
In una piazza piena di piccioni, in un porto che odora di pesce, in una montagna che sa di erba tagliata.

E’ tardi, lo sai
Non è più il tempo

Mi piacerebbe viaggiare da sola.
Invecchiando sento che mi pesano i “rapporti umani”

Tu non mi ascolti.

“I rapporti umani”, dio mio!
I RAPPORTI UMANI! Sentila!
tse.

E, poi, proprio tu, non farmi ridere.
Ti conosco bene.
Sempre lì ad entusiasmarti.

Proprio io sì.
Tanto gli altri non sanno che farsene dei miei entusiasmi

Che ne sai?

…(si allontana, un po’)

uhm

allora, che fai?

Non so

E, poi, sono stanca.

Ecco, brava.
Riposati.
Dormi

(esce)

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e

9 Febbraio 2007 6 commenti


coi secchi di
verniceee
coloriamo
tutti i
muriii
strade
vicoli
e
palazzi

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zoom (fine)

7 Febbraio 2007 5 commenti


Potrebbe.

Sono le 8.
C. apre i balconi e le finestre.
Dieci minuti per ogni stanza sono il tempo esatto per il ricambio d’aria.
Oggi è giornata di pulizie.
Si infila i guanti di gomma e comincia a strofinare il lavello d’acciaio.
Poi toccherà ai pavimenti, alla polvere. A tutto il resto, insomma.
Tutta la settimana è organizzata.
Non esistono ozio, tempo per leggere, per pensare, per ridere.
Ha sempre lavorato duramente e pretende lo stesso da chi le sta vicino.
Quando, dopo molte insistenze, il marito e il figlio collaborano e le obbediscono gira loro intorno con piccole strida e un singulto gioioso nella voce.
Una specie di singhiozzo.

Chiude i vetri. Fa freddo.
Il marito è andato a prendere il giornale e il figlio è al lavoro.
Può stare in pace per un po’.
Nessun urlo, nessuna musica, nessuno sguardo.
E’ così difficile trovare le “parole” giuste.
Lei non lo sa fare. Le escono di bocca lamenti, rimproveri.
Un risentimento strisciante cala come nebbia.
Chiude le spalle come a contrastare dei colpi, abbassa la testa.
Eppure è lei che non sa tacere, che si agita, che rende tutto così difficile. Se ne rende conto ma non sa fare altrimenti.
Il corpo minuto, di statura bassa, senza forme, magro, da ragazzo è teso, tirato.
Nervosa come suo figlio.
Un figlio così particolare, così ombroso.

Risciacqua le stoviglie con gesti rapidi, sicuri, senza pazienza.

Un raggio di sole fa danzare pulviscoli dorati.
I vetri sembrano opachi. Dovrà lavare anche quelli.

Chissà se i vicini sentono.
Il rumore, qui dentro.
Dappertutto.

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particolare

5 Febbraio 2007 4 commenti


Potrebbe

B. si alza alla stessa ora tutte le mattine.
Poi prepara il caffè.
Oggi potrebbe tardare e restare a letto dato che la moglie e il figlio sono via, ma non ci riesce. E non gli importa molto, se è per questo.
Tutta la sua vita è stata impostata sulla disciplina. Gli stessi gesti, le stesse persone, lo stesso lavoro, lo stesso orario.
Si avvicina allo specchio del bagno.
Il viso è magro e dai lineamenti piacevoli. Porta i capelli un po? lunghi, appena.
Dovrà andare dal barbiere, non gli piace sentirsi in disordine.
Sono quasi tutti bianchi oramai e, del resto è in pensione da alcuni anni.
Tuttavia non si può lamentare; è rimasto snello e questo, assieme alla figura alta gli conferisce un?aria giovanile.
Si osserva con inusitata, compiaciuta curiosità. Non è male davvero, lo hanno sempre detto gli sguardi degli altri a cui ostentatamente finge di non dare peso.
Una persona fine, delicata.
Così si è data un?aria noncurante.
Si liscia i capelli con la mano, fa scorrere le dita, si pettina accuratamente, applica il dopo barba con gesti leggeri, toglie ogni residuo di forfora dal maglione blu.
Nonostante la pensione, ha mantenuto del lavoro da fare in casa, come libero professionista.
Gli piace. E? un lavoro di analisi, di precisione, di carte, di leggi da applicare, di regole.
Niente che porti scompiglio, emozioni.

Il caffè.
Va in cucina a passi rapidi. Se lo versa in una tazzina, un cucchiaino di zucchero e un goccio di latte.
Sul tavolo sono rimaste delle gocce e un segno rotondo.
Ha un moto di stizza. Non ha voglia di pulire, lo farà prima che lei torni.
Anzi, no.
Lascia tutto sul lavello assieme al bicchiere d?acqua che ha appena bevuto.
Una lieve imperfezione, trascurabile e rimediabile in pochissimo tempo.
Tra un po?.
Quella casa è così perfetta. Uno specchio.
Lui contribuisce distrattamente: infila le ciabatte al ritorno a casa, ripone il giornale ripiegato, appende il giaccone nel guardaroba, tiene in ordine i suoi libri, i fascicoli.
Fa qualche lavoretto in giardino, nell’orto.
Così vuole sua moglie e lui accondiscende di buon grado anche se, di tanto in tanto, prova un senso di insofferenza, di lieve soffocamento.
Si passa un dito sotto il colletto, meccanicamente.
Se non fosse per il figlio la sua vita sarebbe tranquilla, appagata.
E? apprezzato da tutti.
Lo lodano per il suo equilibrio, la sua calma, la sua disponibilità

Tutta facciata, dice il figlio.
Esterno, interno.
In famiglia si comporta in un altro modo, pretende disciplina ferrea, impegno costante.

In macchina, quando A. da bambino, faceva i capricci, lui , di colpo, frenava, lo costringeva a scendere e lo lasciava lì sul bordo strada a piangere.
Poi se ne andava.
Tornava solo dopo un po?.
Aveva paura di non ritrovarlo più, magari aveva attraversato, magari era scappato da qualche parte, sui campi, oltre il ciglio, in mezzo ad altre strade.
Piccolo, disperato.
Lui era sempre rimasto al suo posto, invece, tremante e, al suo ritorno, risaliva in auto, muto, sfinito, vinto.
Ma DOVEVA comportarsi così con lui. Lo faceva per il suo bene.
Disciplina, obbedienza.
E? così che si diventa uomini.
La moglie cercava di frenare queste sue furie improvvise, lo implorava di lasciar perdere, di avere un po? di pazienza, ma ce n?era anche per lei.
Lui non gridava mai, ma sapeva dire, sibilando, cose terribili.
In quei momenti la faccia gli si irrigidiva e gli occhi diventavano stretti, cupi.
Perdeva il controllo senza mostrare di farlo.
Dentro di lui scoppiava un uragano.

Quando non ci sono gli altri B. non apre mai le imposte.
A che serve? Poi, alla sera, bisogna chiuderle di nuovo.
E poi la luce forte gli dà fastidio.
Un?abitudine che ha in comune con il figlio.
L?unica.
Crede.
Prende il sacchetto delle immondizie ed esce con passo rapido, breve, stranamente dondolante, molle, i fianchi rigidi, stretti, l?espressione atteggiata a sorpresa infantile, sognante.

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avvicinamento

2 Febbraio 2007 8 commenti


Potrebbe.

A. stende con cura il copriletto azzurro e blu sopra il letto, liscia le pieghe e si assicura che il bordo aderisca perfettamente agli angoli.
La stanza è in ordine.
Passa il dito sul comodino.
Non c?è traccia di polvere. Sulla scrivania sono impilati i libri e le penne fuoriescono dal bicchiere colorato.
Alcuni ritratti sulle pareti, tre quadri di poco prezzo, di nessun valore, nemmeno sentimentale, se è per questo.
E? sabato. Può fare le cose con calma.
Suo padre e sua madre sono andati via per qualche giorno.
E? stanco.
La sera prima ha girato invano per l?atrio della stazione.
C?erano solo extracomunitari dall?aria strapazzata. Nei bagni ha provato a cercare ragazzi, ma non ce l?ha fatta, se n?è andato subito.
Si guarda allo specchio.
Si è fatto fare le méches per contrastare il colore scialbo dei capelli.
Questo ha scatenato un inferno in casa.
Il padre lo ha fissato con occhi gelidi e ha sibilato una frase che non ha nemmeno capito.
La madre si è messa ad urlare.
Si urla spesso, lì dentro.
E allora gli viene fuori quella voce isterica che odia.
Del resto si odia anche per il suo aspetto, fragile, magro, minuto.
Tutto sua madre. Gli dicono.
Li odia. Dovrebbe andarsene e invece sta lì.
Una punizione per loro, per sé.
Ma adesso la casa è sua.
Sempre perfetta, pulita, in ordine.
La sua stanza.
Dalla parte della testiera del letto una macchia sul muro.
Sembra colore scrostato.
Quando se ne vanno lui non apre mai le imposte. A volte i vetri, tanto per far passare un po? d?aria.
Gli piace restare al buio e accendere la luce, quando serve.
Vivere in un acquario, senza rumori, senza parole.
Alla stazione era andato a cercare corpi, ma, in realtà, voleva sguardi.
Prende un cd, sempre quello, un suono ritmato, allusivo.
Ha scoperto quella musica in discoteca. In discoteca, sì, lui, ex studente modello, primo della classe.
Ci va da qualche tempo, a guardare i ragazzi, a carpire i loro segreti, la loro disinvolta scioltezza.
affanculo a tutti.
Si mette a ballare, da solo, in mezzo alla stanza.
Si avvicina al letto con un temperino, si siede e comincia a scrostare il muro, un po? alla volta, con la lama.
La macchia si allarga.
Così, avanti, dai.

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