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Archivio Novembre 2005

in camera,

23 Novembre 2005 10 commenti

sul mobiletto vicino al letto anzi, proprio dietro la testa, ho, in questo momento, alcuni libri accostati o distesi.
Scelta casuale, alcuni sono da leggere, altri già letti o da rileggere.
Li prendo e tengo in mano.

Mi hanno sempre colpito le dediche da parte dell?autore, il ringraziamento per qualcosa che non sappiamo, il ricordo, il desiderio di rendere omaggio, di far sì che una o più persone sentano quel libro un po? più loro, una specie di merito.
C?è spesso qualcuno da ricordare, anche se appartiene al passato o una frase che dà un senso, una memoria.

E noi, gli esclusi/inclusi non sappiamo e, probabilmente non vorremmo neppure sapere, il perchè della scelta
Noi, che pure entreremo, a far parte di quelli che leggono, saremo, comunque, altro da.

E? raro trovare un libro senza dedica.

Si scrive sempre a/per qualcuno, oltre che per qualcosa.

eccone alcune:

Stefano Benni: Saltatempo
? E sognai così forte, che mi uscì sangue dal naso? (Fabrizio De André ? Sand Creek

Philip Roth: Lo scrittore fantasma .
?A Milan Kundera?

Daniel Pennac: Signori bambini ?
?Immaginazione non significa menzogna?

Khaled Hosseini: Il cacciatore di aquiloni ?
?Questo libro è dedicato a Haris e Farah, entrambi noor dei miei occhi, e ai bambini dell?Afganistan?

Don DeLillo ? Rumore bianco
?A Sue buck e a Lois Wallace?

Giuseppe Pontiggia: Nati due volte
?Ai disabili che lottano non per diventare normali, ma se stessi?

Simonetta Agnello Hornby: La Mennulara
?Alla British Airways?

Patrick McGrath: La città fantasma
?Per Peter Carey e, come sempre, per Maria?

C.Pinkola Estés: Donne che corrono coi lupi
?A kedves szuleimnek
Maria és Joseph
Mary and Joseph,
Szeretlek benneteket
y
para todos los que yo amo
que continuan desaparecidos?

………………………………………………………………

“… y Wendy creciò – J.M. Barrie

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upside

21 Novembre 2005 11 commenti


down,

insomma,

sottosopra

o

capovolti

o

a

testa in giù

a

capofitto

SEMPRE.
?

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far

20 Novembre 2005 1 commento


from the madding crowd
far from the crowd
far from…

far.

far different
far – away
far – between
far – out
far – seeing
by far

how far?

so far

so far so good

JUST FEELING FAR
as far as I am concerned.

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charleston e fox-trot

16 Novembre 2005 4 commenti


Lei, assomigliava a Francesca Bertini.
Lo stesso viso pallido, incipriato, con gli zigomi scuriti dal fard e le sopracciglia disegnate a matita in un arco sottile. Le labbra sfavillanti di rossetto erano, spesso, semiaperte in un sorriso atteggiato.

Drammatica, come lei, come l?attrice.

La piccola l?adorava.
Aveva il suo stesso nome.
Cercava il suo corpo morbido dentro il letto grande in cui si infilava la mattina presto e in cui, lei, dormiva sola, da tempo.
Non faceva e non si faceva domande.
Si aggrappava e strusciava il viso sul suo seno avvolta dal suo calore aspro

Matrimonio un po? così.
Lei, impiegata in ufficio, lui il capo.
Lei bella e giovane con gli occhi verdi e la figura minuta e aggraziata.
Tempi di charleston e di fox- trot.
Tempi di grande Gatsby.

Lui pelato, sportivo, deciso, burbero.
Innamorato, credo.
Lei elegante, organizzata, desiderosa di una vita migliore.
Nozze e… via.
Grandi fortune, grande ricchezza e feste e casa con giardino e studio e veranda e cane lupo e chaffeur.

Due figli, una femmina e un maschio.
La figlia era la rivale, il maschio quello da amare incondizionatamente.
Bel ragazzo, piacevole, intelligente, ricercato in società, brillante.
Volontario in guerra, prigioniero dei tedeschi, dalla parte giusta, quella dei valori della repubblica.
In poche parole, perfetto.
Il marito, trovava altrove quello di cui aveva bisogno
Lei, sognava un ragazzo dal mantello nero, gli occhi scuri e profondi e i capelli ricci.
Lo conosceva.
Chissà se l?avrà mai incontrato.

La bambina l?amava di un amore stranito, confuso.
Le piaceva seguirla in cucina dove lei, grande cuoca, le mostrava come preparare piatti profumati di spezie.
Da queste lezioni non aveva imparato a cucinare, ma a guardare e annusare
La besciamella, la cannella, la noce moscata, i chiodi di garofano.
Fiutava l?aria, felice di quei profumi forti che le pizzicavano il naso.

La nonna sapeva di farina, in quei momenti, ma, per il resto del tempo, era sempre a posto, elegante, aggraziata.
Si spruzzava addosso un profumo dolce che restava, a lungo, sugli abiti.

Quando le dava i baci umidi dei bambini la cipria rosa le si attaccava un po? sulla guancia e sulle labbra.

C?era stato un periodo in cui la piccola, assieme alla sorella, era stata ospitata nella sua casa.
La invadono i ricordi: il salone immenso dai mobili scuri primo novecento, il cane lupo sotto il caminetto acceso, i giochi con i ragazzi, le corse per aprire il cancello quando arrivava il nonno in auto.
Il premio di un cucchiaio di Vov giallo, denso, dolce e forte, la veranda dai vetri colorati che scendeva, con tre gradini, verso il giardino circondato da ortensie e l?albero, proprio di fronte la vetrata, su cui la piccola si arrampicava strisciando sulla corteccia le gambe nude o si dondolava sull?altalena ossessivamente in un modo che le faceva venire i brividi e uno stordimento acuto.

Il tempo sembrava cristallizzato nei pomeriggi ariosi, nel fruscio delle foglie, nel ghiaino che scricchiolava sotto i sandali blu.

Poi tutto cambiò, inesorabilmente.
Le sembrò accadesse di colpo e, invece, fu lentamente.

La casa fu venduta e il nonno non fu più lui.
Sembrò tutto ancora più fermo, intorno e nell?aria, ma , questa volta, immobilizzato dalla paura della sconfitta.

La nonna, invece, era felice nel suo appartamentino facile da tenere, lucido, minuscolo.
Andava in giro, tranquilla, per i mercatini e tornava con golfini, gonne, magliette foulard che sembravano di marca tanto sapeva sceglierli con gusto.
La nipote l?andava a trovare spesso ed era sempre una festa.

Lei, ormai anziana, si truccava ancora e la cipria era sempre un po? troppo rosa e il fard un po? troppo scuro e il rossetto un po? troppo rosso nel sorriso da attrice.

Ora si fa mille domande.
Chissà se le assomiglia un po?.

Intanto si chiama come Lei.

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andante mosso ma non troppo

13 Novembre 2005 6 commenti


Mi infilo in autostrada cercando spazio.

La mia auto scompare sotto l?asse dei camion che mi precedono.

Mi ostino a tenere la corsia di destra.
Vado piano, si sa.

Azzardo sorpassi incauti e, ogni volta, mi sento risucchiata all?interno.

I Tir mi scodinzolano davanti e, dietro, ce n?è sempre qualcuno che mi sta troppo addosso.

Suona il clacson, ripetutamente.
Stronzo!

Afferro una cassetta e già il gesto di trovare i tasti giusti mi fa sbandare a sinistra.
Raddrizzo il volante

Dio!
ci vuole così poco per…

Un’auto in sorpasso scivola via frusciando.

Cesaria Evora mi riempie la mente di “Sodade”

Provo a cantare con lei inventando una lingua che non conosco.

Rinuncio.
Un’altra volta.

In alto il pannello luminoso lampeggia ed è già lontano.

ATTENZIONE: IN CASO DI NEBBIA RALLENTARE LA ….

Eccola, la nebbia e … sbam, mi colpisce di striscio a folate improvvise.

Davanti vedo solo i punti luminosi dei fari rossi di chi mi precede.

Paesaggio lunare.

La musica risuona nell’abitacolo.
Ha una voce bellissima.
Canto sottovoce, poi mi metto a gridare, a ritmo.
Solo così sono capace.
Di gridare.

Le ruote mangiano le toppe di asfalto umido.

Vanno tutti come pazzi.

Dio!
come si fa presto a.

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il senso

10 Novembre 2005 6 commenti

non capisco il senso

prevalente

vista, tatto, udito…

gusto no.

sono facile al vomito,
di notte sul water, come dice opi.
mi viene bene anche di giorno,
non sono precisa

quando capita

vado

Il senso delle cose.

P.N.L.
sono una visiva
ecco
pensieri
rapidi

mi confondo
e/o confondo
tout court

inseguo immagini

inseguo

senza capire

il senso prevalente

pnl

guardo in alto a destra o
in basso a sinistra.
oppure diritto
con gli occhi
socchiusi
o
bene aperti

non ricordo

non capisco il senso

prevalente

o

era

il

senso

delle

cose?

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doppiopetto

6 Novembre 2005 10 commenti


“A veces me pregunto si los recuerdos son algo que tenemos o algo que hemos perdido”

Dicevano che era alto.
A ben vedere, dalle foto, non mi sembra, ma forse, per quei tempi lo era.
Magro, questo sì e vestito di nero.

Arrivava all?improvviso in bicicletta e doveva scampanellare, o farsi sentire, in qualche modo, prima di appoggiarla al muro del cortile, perché io avevo la sensazione del suo arrivo assai prima di vederlo e mi preparavo.

Lavorava in farmacia ed era conosciuto, in città, da molti che lo stimavano per l?onestà e la precisione.
Mio padre, da ragazzo, lo aiutava a preparare le diverse polveri o a servire i clienti.
Di questo suo figlio lui si fidava, ma lui non sembrava convinto, nel ricordo, né eccitato o orgoglioso di questa predilezione.
Significava solo lavoro in più e una diminuzione del tempo libero mentre i fratelli stavano dietro alle proprie faccende.

La famiglia era numerosa, nove figli, cresciuti.

La nonna paterna era un donnino piccolo e magro con due occhi azzurro cielo e i capelli bianchi raccolti in una crocchia morbida.

Mi chiedevo come aveva potuto mettere al mondo tutti quei figli e curarli.
Era così gracile.
Ribollivo di rancore e frustrazione al pensiero.
Ma, con aria triste e compita, lei diceva che la Divina Provvidenza aveva voluto così e così doveva essere.

Io avrei voluto abbracciarla e darle un bacio, ma quando veniva a trovarci, molto di rado, non riusciva a stare ferma e chiedeva se c?era da fare qualcosa, abituata, com?era a lavorare tutto il tempo.
Ne ero intenerita, ma avrei voluto che mi stringesse forte forte e mi raccontasse qualcosa e mi sorridesse invece di sottrarsi e di scappare via veloce.

Mio nonno, il fattore di tanta prole, era Terziario Francescano.
Cosa significasse realmente questa investitura o carica che fosse, mi era assolutamente ignoto, ma doveva essere una specie di ordine religioso per laici.

Arrivava, dicevo, ogni tanto, in visita e la sua presenza era una novità visto che veniva molto di rado.

E, subito, bambina ancora piccola, correvo in camera.

Sapevo che la sua prima ed unica domanda sarebbe stata se

AVEVO DETTO LE PREGHIERE

e, allora, incapace di dire bugie di qualsiasi tipo e genere, recitavo in fretta tre ave maria saltando le parole per l’agitazione.

Già allora mi allontanava questa idea fredda della religione fatta di rituali e di doveri invece che di calore e affetto e comprensione, ma il nonno mi faceva soggezione, e, inoltre, non volevo deludere le sue aspettative soprattutto perché non fosse indotto a giudicare l?educazione che mi avevano data i miei.

Sapeva di sigaro e portava sempre un abito doppio petto nero e rispondeva rigido al mio abbraccio frettoloso.
Sul viso magro spiccava un naso imponente e rubizzo con delle strane pustole sulla punta che si infiammavano.

Io ne ero colpita sgradevolmente, ma soprattutto ne avvertivo l?imbarazzo, la scarsa propensione verso gesti affettuosi, la religiosità così dura.

Mia madre, donna di famiglia ricca che aveva passato la giovinezza tra studi, ma anche feste e vacanze lunghe al mare e balli e sport e automobili con autista e … corteggiatori, non era vista di buon occhio in quella famiglia.
E lei, con la sua bocca rossa, la figura morbida e piena, i tacchi alti e i vestiti eleganti, la sua aria divertita e il sorriso smagliante era deliziata, in un certo modo, da questa accoglienza fredda e, nei rari incontri con loro, accentuava le sue idee “laiche” e faceva in modo di brillare di una luce e di un calore che lasciava tutti imbarazzati, in qualche modo, ma anche sedotti.

E io, che parteggiavo per lei, ero affascinata da tanta disinvoltura.

La nonna e le zie, nel bel mezzo delle sue affermazioni “scandalose”, mi guardavano con commiserazione.

Da tale madre chissà cosa sarebbe venuto fuori.

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era

3 Novembre 2005 2 commenti


ancora presto, domenica pomeriggio.

Il portico si allungava in ombra.

I passi risuonavano veloci.

A sinistra la piazza si allargava nella luce.

Poche persone si stavano radunando accanto ad una guida che parlava

inglese.

C’è un tale senso di solitudine e desolazione.

C’è una città che ti appare muta mentre cerchi di dare un senso a quel vuoto.

Così noto, così inevitabile.

Così

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ecco

1 Novembre 2005 2 commenti


si passa proprio di lì.

Sotto l’orologio azzurro e oro.

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