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Archivio Settembre 2005

toh

27 Settembre 2005 Commenti chiusi

?Toh, chi si rivede?.
Ha i capelli sale e pepe, come si dice.
Gli occhi sono azzurri, sbiaditi.
E? alto, ancora magro.
L?accoglie tra le braccia, affettuoso, come sempre.

?ciao, come stai??
Sente premere le sue costole sulla camicetta.
Le sfiora con un bacio la guancia, la bocca scivola verso la sua, inerte
Fa caldo; si scosta, allarmata.
?Toh, chi si rivede!?.

Portava un abito scuro la prima volta che l?aveva visto.
A quei tempi i ragazzi non vestivano ?casual? anzi, non si sapeva nemmeno cosa volesse dire ?casual?, se mai si diceva, poi.
Infatti, non si diceva.
Nera la giacca, le sembra di ricordare, e, sotto, una camicia bianca aperta sul collo.
Non uno sportivo, no.
Anche allora aveva le spalle strette e curve, come adesso e l?andatura dondolante, imprecisa.

Ma sapeva parlare, di cinema, soprattutto, ed era ?bello? in qualche suo modo oscuro.
Un bello slavato, ossessivo.
Girava con il microfono per la sala, esaltato , la voce un po? stridula per l?eccitazione o l?emozione.
Presentazione dibattito.
Cineforum della città.
Cioè, tentativo di cineforum, per alcuni, pochi, sfigati, appassionati, idealisti, studenti delle superiori.
Presentazione, dibattito, scheda ciclostilata, per risparmiare.
Cinema polveroso, domenica mattina, al posto della messa.
Messa laica.

Lei è una di quelle che resistono alla fuga finale, quella da fare al buio, per non vergognarsi.
Lei, sedici anni, forse diciassette.
Lui, 19, già grande, così le pareva.
Ciclo di film di Bergman.
Icona angosciante.
All?uscita, se ne va, con lui.
Lo sceglie, tra lui e un altro, galante, che vuole accompagnarla a casa.
Biondo, pure l?altro.
Magari è una scelta sbagliata, pensa, ma è così che vanno le cose.

Cinema, parole, film, domenica mattina, pomeriggi a parlare di.
Più avanti, scriverà una poesia, per quello del cineforum.
E lui, risponderà, a voce, con un?altra.
Anzi, le dirà un solo verso.
Misterioso.
Poteva significare tutto e anche niente, infatti, quel verso.
Pensandoci bene non ha mai ben capito se?

Le prende la mano.
Si china su di lei, con aria attenta e seria.
?e tu, come stai??

Capirci qualcosa.

DISSOLVENZA.

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beh

24 Settembre 2005 5 commenti

Beh, non è facile.
?Non è facile per niente?.
China la testa sul piatto, la frangia le scende sugli occhi.
La scosta con un gesto rapido della mano.
?Dovrai provarci, invece?
Ingoia i pezzetti di carne allineati sul piatto.
Prende un pezzo di pane.

Sono stanchi, tutti e due.
Lo guarda con insistita fissità.
?Domani cominci?
Il tono imperioso la irrita.
Hanno quasi finito di cenare.
Di là, si sente il brusio del telegiornale.
La voce di A. suona stridula; strano, lui che, di solito, ha una voce calda.
Che cazzo vuole?
Domani non ci pensa nemmeno un secondo a provarci.
Figuriamoci.

C?è ancora un po? di cabernet nel bicchiere.
Il colore è rosso cupo.
Lo beve, di colpo.
La sedia si scosta di lato con uno stridio.
Si alza e, subito, una fitta le toglie il fiato.
Si appoggia al tavolo con una smorfia.
Si impone di raddrizzarsi.
Ce la fa, almeno per un po?.
?Allora, domani, va bene??
?Si, certo, come no”?

Domani.

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ubi maior

24 Settembre 2005 3 commenti
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a proposito

22 Settembre 2005 5 commenti

di lettura.

Da poco è cominciata la vendita, on line e presso le librerie autorizzate, dei libri dell’”Untitled editori”.

E’ un’iniziativa nata in un blog e seleziona scritture/scrittori in rete.

Auguro a tutti coloro che hanno partecipato all’impresa che tutto vada per il meglio!!

Se volete saperne di più andate qui:

http://www.untitlededitori.com

Ecco l’elenco delle librerie, aggiornate al 9 ottobre 2005, in cui potete trovare i libri Untitl.Ed.:

A MILANO:

Libreria Internazionale U. Hoepli
via Hoepli 5
www.hoepli.it

A BOLOGNA

MODO infoshop Interno 4
via Mascarella 24/b
www.modoinfoshop.com

A TORINO:

Mood Libri & Caffé
via Cesare Battisti 3e
www.moodlibri.it

Campus Libri
via Rattazzi 4
www.campuslibri.it

AD ASTI:

La Bottega del Libro
via Ospedale 16

A IVREA:

Libreria Cossavella
C.so Cavour 11

A PADOVA:

Libreria Progetto (in arrivo)
via Portello 5/7

A VICENZA:

Librarsi
Contra’ delle Morette 4

A GORIZIA:

Equilibri (in arrivo)
via Seminario 8

A GENOVA:

Porto Antico Libri
Palazzo Millo, al Porto Antico

A ROMA:

Libreria Fahrenheit 451
Campo de’ Fiori 44

Altroquando
via del Governo Vecchio 80 (piazza Pasquino)
www.altroquando.com

A NAPOLI:

Libreria Pisanti
corso Umberto I, 38/40
www.libreriapisanti.it

A BARI:

Biblios
via De Rossi 187

AD ANDRIA:

Libreria Guglielmi
via Bovio 76

A TRANI:

La Maria del Porto
via Statuti Marittimi 42
www.lamariadelporto.it

A PALERMO:

Modus Vivendi
via Quintino Sella 79

A MESSINA:

Libreria Hobelix (in arrivo)
Via dei Verdi 21
www2.glauco.it/hobelix/

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perchè si legge

21 Settembre 2005 1 commento

Mi sono sempre chiesta perchè leggo tanto.
Mi sono detta: per vivere altre vite, per capire più cose, per assimilare sensibilità diverse, per passare il tempo piacevolmente… per… per…

Ma, recentemente, mi sono imbattuta in questa pagina di un libro di uno scrittore italiano famoso, di cui non cito il nome per non distrami dalla questione.
E ho pensato che forse, sì, ha ragione lui, in parte sì, è così, magari è anche per questo che si legge.
Ecco, lui scrive:

“Sui treni, per salvarsi, leggevano.

Linimento perfetto. La fissa esattezza della scrittura come sutura di un terrore. L?occhio che trova nei minuscoli tornanti dettati dalle righe la nitida scorciatoia per sfuggire all?indistinto flusso di immagini imposto dal finestrino. Vendevano, nelle stazioni, delle apposite lampade, lampade per la lettura. Si reggevano con una mano, descrivevano un intimo cono di luce da fissare sulla pagina aperta. Bisognava immaginarselo. Un treno in corsa furibonda su due lame di ferro e dentro il treno un angolo di magica immobilità ritagliato minuziosamente dal compasso di una fiammella. La velocità del treno e la fissità del libro illuminato. L?eternamente cangiante multiformità del mondo intorno e l?impietrito microcosmo di un occhio che legge. Come un nocciolo di silenzio nel cuore di un boato. Non fosse storia vera, vera storia, si potrebbe pensare: non è che la bellezza di un?esatta metafora. Nel senso che forse, sempre, e per tutti, altro non è mai leggere, ma fissare un punto per non essere sedotti, e rovinati, dall?incontrollabile strisciare via del mondo.

Non si leggerebbe, nulla, se non fosse per paura. O per rimandare la tentazione di un rovinoso desiderio a cui, si sa, non si saprà resistere. Si legge per non fissare lo sguardo verso il finestrino, questa la verità.
Un libro aperto è sempre la certificazione della presenza di un vile -gli occhi inchiodati su quelle righe per non farsi rubare lo sguardo dal bruciore del mondo-le parole che a una a una stringono il fragore del mondo in un imbuto opaco fino a farlo colare in formine di vetro che chiamano libri ? la più raffinata delle ritirate, questa è la verità.

Una sporcheria. Però dolcissima. Questo è importante, e sempre bisognerà ricordarlo, e tramandarlo, di volta in volta, da malato a malato, come un segreto, il segreto, che non sfumi mai nella rinuncia di nessuno o nella forza di nessuno, che sopravviva sempre nella memoria di almeno un?anima sfinita , e lì suoni come un verdetto capace di far tacere chicchessia: leggere è una sporcheria dolcissima.

Chi può capire qualcosa della dolcezza se non ha mai chinato la propria vita, tutta quanta, sulla prima riga della prima pagina di un libro?

No, quella è la sola e più dolce custodia di ogni paura ? un libro che inizia.”

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e queste

20 Settembre 2005 3 commenti


sono le case di Sicilia-llu.
Madrid.
Coincidenze di colori e di prospettive.

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mi piacerebbe

18 Settembre 2005 7 commenti


Mi piacerebbe viaggiare senza conoscere nulla del paese che visito.
Andare come Marco Polo, in qualche modo, o Cristoforo Colombo o Amerigo Vespucci o Antonio Pigafetta o come Gulliver e stupirmi dei lillipuziani o degli yahoos.

Vorrei viaggiare solo sulla base di leggende e ascoltare quello che la persona che mi accompagna mi racconta.

E? come per i film, raramente leggo la trama, non leggo mai le critiche prima.

E? come per i libri.
Li leggo sempre tutti in un fiato, la prima volta.

Mi piace pensare di poter avere un approccio di divertito stupore di fronte alla realtà.

Mi piace la lettura ?ingenua? il piacere della scoperta, della parola, della vicenda.

Poi, più avanti, mi affascina il piacere della riflessione, dell?approfondimento.

Forse è perché vorrei tornare, poi, ancora in quel posto, dopo aver letto tutto quanto è possibile.
Forse perché vorrei rivederlo, ancora, quel film che mi è piaciuto e rileggere quel libro che vale la pena.

E, in genere, lo faccio.

Forse è perché, in questo modo, l?ultima pagina, l?ultima sequenza, l?addio, sono meno dolorosi, in un certo modo, e mi consentono di pensare al ?dopo? , al fatto che il libro è da rileggere, il film da rivedere, il viaggio da rifare.

E? come per la vita.

Non sarebbe interessante, non cambierebbe tante cose, il fatto di poter avere un?altra occasione?

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e quando

13 Settembre 2005 3 commenti


ti viene voglia di mare prendi una piccola barca, quella che sta sopra il tuo armadio, in camera.

E la posi sul tappeto del bagno e lo arricci tutto intorno quel tappeto per formare onde e non importa se si vedono i piedini, non importa se il mare non è vero e neppure se la barca non è grande.

Non importa perchè…come dice la Morante: “In eterno ogni perla del mare ricopia la prima perla, e ogni rosa ricopia la prima rosa”

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fadista! 2

10 Settembre 2005 5 commenti


.http://www.wittgenstein.it/html/vf260505.html
dal blog di Luca Sofri.
Parla Mariza.

Anni che ci provo, e non ho ancora capito bene cosa sia, il fado. Credo sia inevitabile: il fado è un modo di essere, uno stato dell’anima, tutte quelle cose lì. O ci sei dentro, o ne sei fuori. Io ne sono fuori, direi. Malgrado questo, ho imparato alcune cose facili. La prima mi piace molto ed è che la parola ?fado? significhi fato, destino. Poi so che si dice abbia diverse radici, africane, arabe e infine portoghesi, e che ci siano due grandi scuole, quella di Lisbona e quella di Coimbra. E so che c’è un repertorio fisso di strutture musicali tradizionali su cui si sono poi innestate variazioni e innovazioni. Infine so che la più grande cantante di fado di tutti i tempi fu Amalia Rodriguez. E che ogni volta che arrivava una nuova cantante portoghese si diceva ?è la nuova Amalia?. Questo fino a che non arrivò Mariza, quattro anni fa. Da allora non lo si dice più di nessun’altra.
?Fino a pochi anni fa il fado era praticamente ignorato nel resto del mondo: e anche in Portogallo era considerato una cosa antica, fuori moda. I miei amici, a scuola, mi prendevano in giro. Per alcuni anni, io stessa abbandonai il fado per dedicarmi a cose più rock e giovanili?.
Mariza adesso ha trent’anni, e ha venduto in tutto il mondo quasi un milione di copie dei suoi primi due dischi. ?Transparente?, il terzo, è uscito lo scorso 25 aprile, la festa della rivoluzione portoghese dei garofani.
?All’inizio in Portogallo tutti storcevano il naso: per gli estimatori del fado non ero abbastanza vestita di nero, non avevo una lunga coda di cavallo nera, ero troppo fuori dai canoni. Per i giovani, invece, il fado era una cosa da vecchi?.
I genitori di Mariza, che era nata in Mozambico, avevano aperto un locale nel quartiere lisboeta di Mouraria; uno di quei locali dove ogni sera la gente comune cantava il fado e gli altri avventori giudicavano. Lei iniziò a cinque anni: ci fu dentro da subito. Diversi anni dopo, passata la parentesi rock, divenne l’attrazione di un altro locale di fado, e lì le proposero di fare un disco. Lei cadde dalle nuvole.
?Non avevo ancora capito cosa volessi fare nella vita, ma di certo non immaginavo di cantare per lavoro. Mi venne da ridere, e pensai che sarebbe stato carino avere dei dischi con le mie canzoni, da regalare ai parenti?.
Invece la casa discografica olandese che le produsse il disco sapeva bene come vendere la world music. Mentre nel suo paese, al sentirla cantare, i puristi abbandonarono i dubbi sul look; e nel vederla i giovani cominciarono a ripensare il loro ribellismo nei confronti del fado.
?Avevo i jeans, ventisei anni, mi coloravo i capelli: ero una di loro. L’anno scorso abbiamo fatto un concerto a Lisbona, in agosto. Sai com’è Lisbona in agosto? Deserta. Speravamo di fare qualche migliaio di persone: ne sono venute ventimila?.
Un’altra cosa che ho imparato, è che quando un cantante di fado è molto bravo, il pubblico segnala il poroprio apprezzamento gridandogli ?fadista!?.
?Certo. Fadista, uno non lo dice di sé. Io non direi mai che sono una fadista. Te lo dicono gli altri, se te lo meriti?.
Mariza è imbarazzantemente gentile e amichevole con l’intervistatore. Minaccia di offendersi solo quando la chiamo ?diva?. E corrisponde esattamente alla passione totalizzante associata con il fado: quando parla dei suoi concerti, o della musica, è rapita, illuminata. Dice cose come ?la musica ti scorre addosso, la senti come un velluto?.
?Qualche giorno fa, al concerto di Londra, ho finito col piangere per la commozione. È una cosa che non sopporto, che non mi perdono: ma non ho potuto resistere?.
Se lo leggessi in un’intervista penserei che un po’ ci fa. Invece la vedo, e le credo. Provo a chiederle se non le stia stretto, il fado. Non avrebbe voglia, alla fine di un concerto, come bis, di fare ?Satisfaction?? Mi guarda come se fossi matto.
?Noooo! E come farei? Io faccio concerti per parlare con le persone che vengono, come se venissero a casa mia. Per stare insieme. Non è una cosa per il mio divertimento. E la mia lingua è questa, il fado?.
È invidiosa del mio iPod – ?vorrei comprarlo al mio negozio di Lisbona, ma sono sempre via? – e allora le chiedo cosa ci metterebbe dentro.
?Maria Callas, soprattutto quando canta Puccini. E Joni Mitchell. E Stevie Wonder. E Nina Simone?.
Confortato dalla citazione delle glorie nazionali, le chiedo se sa di Trapattoni, che sta vincendo il suo ennesimo scudetto, questa volta con il Benfica, in Portogallo. Mariza sgrana gli occhi ed esibisce una garbata curiosità.
?Davvero? No, non capisco niente di calcio. Una volta ho visto una partita con degli amici, e volevo davvero essere all’altezza, così stavo attenta, facevo il tifo, e poi ho visto un giocatore con una fascia nera al braccio e ho detto ‘poverino, gli è morto qualcuno?’. Era il coso??
Il capitano?
?Sì, il capitano, bravo. Mi hanno trattato come una deficiente?
Poi mi dice delle cose che però non devo scrivere sulla musica scaricata da internet, e delle cose che però non devo scrivere su quale città preferisca tra Roma e Milano. E anche una cosa del nuovo disco.
?È semplicemente il nuovo disco: prima ero sempre ‘la nuova Amalia Rodriguez’ e mi sembrava di dover convincere tutti che ero qualcuno. Adesso sono più rilassata, sono Mariza. Amalia è un mito?

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fadista!

7 Settembre 2005 2 commenti


una vecchia cassetta: Amalia a L’Olympia.

Canzoni come ” Uma casa Portuguesa, Barco negro, Tudo isto è fado…

Una voce potente, carica e … il fado.

Riporto da un sito che non so linkare qualcosa di tutto questo.

Molto poco rispetto a quanto di più si potrebbe dire.

Sto riascoltando Amalia da pochi giorni.

Sto reimparando i suoi ritmi, la sua musicalità.

E’ una musica da brividi.

“Aveva la voce arrochita dalla vita, Amália Rodrigues.
Fin da giovane, come se l?invisibile patina del tempo si fosse depositata su di lei, segnandola dalla nascita. Come se quel timbro rugginoso, lacerato, inconfondibilmente “suo” fosse incrinato da sempre.
Causa: una ferita mai rimarginata, la malattia del vivere, il peccato originale di essere umano, troppo umano, e di raccontare storie che parlano di sconfitta e morte, di sofferenze, inganni, tradimenti e amori perduti. Perché quel canto viaggia sulla stessa lunghezza d?onda del blues ed è il blues più occidentale e introverso del mondo, oltre le colonne d?Ercole del sentimento.
Suona remoto, metafisico, declinato dagli accordi della chitarra che scivola su melodie intrise di nostalgia: Tudo isto é fado, come titola una delle sue canzoni-manifesto: cioè tutto questo è fado. Un modo di vivere, l?espressione più autentica dello spirito lusitano: un po? come tango o samba lo sono rispettivamente per quello argentino e brasiliano.

Scriveva nel 1929 il padre nobile degli scrittori portoghesi, Fernando Pessoa, che “il fado non è né allegro né triste, è la stanchezza dell?anima forte, l?occhiata di disprezzo del Portogallo a quel Dio cui ha creduto e che poi l?ha abbandonato: nel fado gli dei ritornano, legittimi e lontani?”.

Amália diceva invece, più semplicemente, che il fado “è destino” (dal termine latino fatum, fato). Da qui il fatalismo, la melanconia e la saudade ? una forma sublimata di nostalgia che fa emergere un sentimento “cosmico”, di perdita incommensurabile e assoluta ? che sono connaturati con il popolo che vive in questo lembo estremo dell?Occidente, affacciato sulle terre d?Oltremare e sugli orizzonti infiniti dell?Oceano.”

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