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Archivio Luglio 2005

flap 1

30 Luglio 2005 2 commenti


flaps.
Flying over the rocks.

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scrittura

27 Luglio 2005 15 commenti


nel blog di azu-tem, anfiosso le chiede perchè scriva al maschile.

Credo che pretendendo di essere un personaggio maschile azur voglia o desideri provare a scrivere al maschile.

Già in Vaporsky, mi sembra, le era stata fatta questa domanda e azur aveva risposto, grosso modo, che non le piaceva la scrittura al femminile, troppo grondante di umori.

E’ un tema che mi appassiona, nel senso che, io, invece, amo la scrittura al femminile.
Non so bene, però se si possa fare questa distinzione, tra scrittura maschile e femminile, se sia impropria, cioè.
Provo a spiegarmi.

Mi viene in mente la Duras.
Un uomo non potrebbe scrivere come la Duras o “Gita al faro” della Woolf o qualsiasi libro della Austen.

E’ uno sguardo diverso.

E, forse, una donna non potrebbe scrivere l’Ulisse di Joyce.

Ma probabilmente mi sbaglio.

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è a casa

26 Luglio 2005 3 commenti


spesso, troppo spesso e da troppo tempo.
Si sta rifugiando in una cuccia calda, tranquilla, sempre che una casa sia tranquilla.
Lei, che “prima” la “vita è fuori dalla porta”.

La giornata scorre tra libri, mail, pc, conversazioni al telefono e tra i suoi.
La televisione le dà fastidio.
Rumore, anche lì.
Il conforto di fare una telefonata in cui si racconta.
Il conforto di riceverla.

Comincia a fare i mestieri di casa, con fatica.
Si ferma ogni poco.
Quando esce il rumore del traffico la scuote, la gente la stupisce.
Attraversare la strada è una pazzia.
Lei che prima…

Scribacchia qualcosa, ogni tanto, senza troppa convinzione.

Non si annoia mai.
Ha le sue fantasie e i suoi fantasmi da coltivare.

Si sta rintanando.

Si sente come una carta velina, trasparente, fragile, di un colore sbiadito.

Almeno le dessero un pettine.

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il mio piede sinistro (gonfio)

25 Luglio 2005 3 commenti


Stanotte ho sognato che una mano leggera mi carezzava il viso.
Fresca, dalle dita lunghe.

Le ho contate succhiandole una ad una.
Sapevano di caramella.

Ha sollevato un piede.
“Mi fai un massaggio?”

Mi sono impegnata molto e a lungo con la digitopressione.
Così faceva Juan, con me, sulla spiaggia.

E’ diventata una faccenda completamente tecnica, medica, direi.

Peccato.

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estate

15 Luglio 2005 9 commenti


L? incipit di ogni racconto mi lascia sempre senza fiato; cioè, è da lì che tutto inizia e poi si srotola rapidamente, nervoso o cattivo o allegro o confuso o disperato o tutto il resto
Possono partire fragorosi o a piccoli passi incerti o vagare qua e là alla ricerca del proprio ritmo, possono essere impazienti o indecisi e, qualche volta, tornano indietro, timorosi?
Poi, in fondo, la storia possiamo anche viverla o inventarcela noi, ma, molto spesso, è l?inizio che detta il passo.

Così mi è venuto in mente di proporvi l?inizio di due racconti di due diversi scrittori che oggi mi va di ricordare perché c?è il sole e ho nostalgia di mare e spiagge e muri assolati

I) ?La luce del sole colava sulla casa come vernice dorata su un?anfora antica, e le ombre variegate qua e là non facevano che intensificare l?accesa violenza del bagno di luce. Le vicine case dei B. e dei L. si trinceravano dietro grandi alberi folti; soltanto la casa degli H. era esposta in pieno sole e per tutto il giorno fronteggiava la strada polverosa con una pazienza tollerante e gentile…
Su alla finestra della camera da letto, S. C. H. appoggiò il giovane mento diciannovenne al davanzale vecchio di cinquantadue anni e osservò ??

Di questo pezzo mi piace l?idea di cominciare con una serie una serie di sequenze immote, ferme nell?aria calda di un giorno d?estate: ? la casa dei B., la casa degli H., la strada, la ragazza che osserva ? tutto è statico, sospeso ? come se la pellicola della vita si fosse spezzata proprio in quel punto.

Estate, ma certamente non appiccicosa e sudata, senti che in quel posto l?estate è inevitabilmente fresca. Tra poco ci sarà la brezza e si potranno bere bibite ghiacciate in grandi terrazze all?ombra di qualche parasole e si respireranno buone maniere, sentimenti nascosti, improvvisi squarci di verità,? qualche scenata al riparo di grandi tende?
E? tratto dalla raccolta di racconti intitolata ?Flappers and Philosophers? del 1920 di F.Scott Fitzgerald. L?edizione italiana è intitolata ?28 racconti? in due volumi, e raggruppa una serie ricavata da quattro raccolte pubblicate più dieci racconti usciti solo su riviste.
La traduzione è di Fernanda Pivano.
Il racconto in questione è citato come ?Il Palazzo di Ghiaccio?

Il secondo pezzo:

II) Il giovanotto in maglietta da marinaio che si era seduto accanto alle cabine, per vedere, quando ne uscivano, le donne pallide e quelle abbronzate, e i gruppi di ragazze dal viso grazioso con bianche scollature a V sul seno e schiene scottate dal sole, che posavano con circospezione i brutti piedi rossi sulle pietre taglienti per andare in mare, disegnò sulla sabbia una grande figura di donna dalle curve generose e una bambina nuda, appena uscita dal mare, vi passò sopra di corsa e facendovi sgocciolare l?acqua segnò sulla figura due grandi occhi umidi e un buco nel centro, tutto segnato di orme. Il giovane cancellò la donna e disegnò un uomo panciuto ?

In questo, invece, ci sono ? piedi rossi, schiene scottate, donne pallide e si respira un?aria rassegnata, come se il disegno sulla sabbia, rovinato casualmente dalla bambina, non sia che il presagio di qualche cosa di improvviso, e probabilmente inquietante, che sta per arrivare?
E qui, però, c?è movimento, azione, ?ciak ?si gira, e sembra di sentire l?odore dell?olio abbronzante di poco prezzo, di sussultare al suono di risate eccitate; c?è imbarazzo ?c?è allegria e solitudine ?

E? un racconto di un autore del Galles: Dylan Thomas scrittore talentuoso, più conosciuto come poeta, narratore comico, lettore radiofonico
La raccolta di racconti è intitolata ?Portrait of an Artist as a Young Dog? ? ?Ritratto dell?autore da cucciolo ? e il brano citato viene da ?Un Sabato d?estate?

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a word

14 Luglio 2005 2 commenti


A word is dead
When it is said,
Some say
I say it
Just begins to live
That day.

Si dice
Che una parola muore
Quando viene detta
Ma io dico
Che è proprio allora che
Comincia a vivere

Emily Dickinson

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Archivio – Un dorso morbido

12 Luglio 2005 2 commenti


La Romilda e i suoi due figli abitavano in Contrà Grotti dove mio padre possedeva un rustico.
Ci si arrivava per un sentiero sterrato che si apriva sulla destra, dopo una curva, dalla strada principale.
Si percorrevano cento metri in mezzo ad un boschetto di noccioli, poi improvvisamente ci si lasciava andare giù per una discesa ripida fino alla corte. La contrada è tuttora composta da queste tre case allineate e sfalsate di livello. A sinistra c?era quella di mio padre con i muri imbiancati di fresco e i balconi verdi; dopo pochi scalini di roccia intagliata quella della Romilda e, a fianco, quella di Alterio.
Si trovano sui quattrocento metri, tra i colli Berici, in un paesaggio aperto e ondulato.
Sono tutte a due piani, con le mura massicce che tenevano freschi gli interni durante la calura estiva.
La casa della Romilda era incassata tra le altre due. Una porta malconcia di legno rovinato apriva verso l?interno buio e miserrimo.
Poche stanze. Credo solo due. Probabilmente neppure il gabinetto. Non posso dire di averla vista bene.
Ci lasciava entrare solo in cucina dove c?era una credenza con le ante di vetro e un tavolo coperto di tela cerata.
Con lei abitavano due figli. Il marito era morto nella cava di pietra poco lontano.
Lei aveva il viso color cuoio bruciato e un sorriso senza denti. Ci teneva a sentirsi nostra amica e, a me, faceva piacere invitarla.
Quando entrava era intimidita. Si sedeva su una sedia e poi si alzava in continuazione come se le parole o la conversazione fossero un qualcosa di troppo difficile per lei. Le bastava essere lì e, allora, il silenzio si allungava cauto e gentile tra noi due.
Il figlio più giovane, Mario, aiutava spesso mio padre che per lui aveva un occhio di riguardo. Era un bel ragazzo dagli occhi chiari, industrioso, educato, attento. Da piccolo si era costruito da solo, su un albero, una casetta di legno e là si era portato tutto quello che gli serviva come se volesse farne la propria vera casa.
L?altro era il fratello maggiore.
Di lui non ricordo il nome, e di questo sono dispiaciuta, ma non incredula, beh l?altro fratello era nato disgraziato.
Il viso aveva una specie di ghigno a cui, poi, il bere avrebbe dato un?espressione ancora più sconcertante e avvilita.
Ogni tanto si sentiva che picchiava la madre. E le urla risuonavano nel cortile.
Noi si stava attenti che non succedesse qualcosa di grave e mi sono chiesta poi, sempre, se non si poteva fare di più.
Lì passavo il mese di agosto, sia per sfuggire al caldo del sottotetto della mia casa in città sia per fare compagnia a mio padre che, da quel rustico ricavava il piacere della campagna e del vigneto da curare.
Spesso mi sedevo nella ?corte? e giocavo con i miei due figli ancora piccoli o riempivo d?acqua la vasca di plastica in cui facevano il bagno.
Un giorno mi trovai in cortile in un breve momento di solitudine dopo le grida e il cicaleccio di prima.
Il pomeriggio se ne stava andando e il sole non picchiava più forte. Sedevo sulla sdraio cercando di rilassarmi.
Da sinistra cominciò a pulsare un rumore costante. Socchiusi gli occhi.
Il fratello di Mario stava tagliando la legna.
Era girato. Il viso devastato appariva nascosto.
Nessuno nei dintorni. Portava un paio di calzoni larghi tenuti appena su da una cintura allentata. Le scarpe sfondate.
Davanti a lui dei grossi ceppi. Un po? più scostata la legnaia coperta da una lastra di plexigas verde conteneva abbastanza combustibile per parte dell?inverno. I pezzi di legna erano riposti in modo preciso, allineati per bene, rivolti verso sud.
Era suo compito completare parte del lavoro per la sera e vi si accingeva, di solito, con furia e rabbia repressa..
Ma, quel pomeriggio, il ritmo che imprimeva all?accetta era sereno, incalzante.
La schiena nuda si inarcava lucida e armoniosa. Le spalle larghe erano distese e accompagnavano i movimenti delle braccia.
La muscolatura liscia guizzava lieve e non c?era fatica nel gesto e nel movimento del dorso che si piegava, morbido, con regolarità.
C?era sapienza e grazia in quel roteare costante e appropriato.
Mi trovai a pensare, con una strana impudicizia, che la bellezza che gli era stata tolta dai lineamenti distorti del viso appariva, invece, quel giorno, prepotente e sensuale nel corpo robusto e brunito dal sole.
L?aria era sospesa, di una qualità liquida.
Il vigneto, giù in basso, sulla destra, aveva grappoli quasi maturi.
La terra spiccava rossa d?argilla.
Mi riscossi con un brivido.
Era tempo di andare.

Cominciava a fare freddo.

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Pavese

10 Luglio 2005 9 commenti


« Il violinista suonò bene, come suonano i violinisti in questi casi. Era un ometto grasso, dai capelli bianchi, che baciò la mano a tutte; non si capiva se veniva a pagamento o come amico. Rideva con la lingua nella guancia e ci guardava le gambe. Al piano l?accompagnava una dama linfatica con gli occhiali e una rosa rossa sulla spalla. Le signore esclamarono: ?Bravo?. Tutto sommato mi annoiai.?

Da Cesare Pavese: “La bella estate – Tra donne sole”

Trovo queste poche rige perfette.
Quando mi imbatto in tutto questo penso che non scriverò più nulla.
Al massimo un punto e virgola.

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Niente di che (fine)

7 Luglio 2005 6 commenti


Il pomeriggio è passato in fretta.
Tom bimbo dagli occhi scuri mi aspettava sulla porta di casa con le gambe sode divaricate nella tutina di lana verde ed un?espressione accigliata sul viso color caffelatte.
La sorellina più grande, con un nastro tra i corti capelli ricci sgambettava allegra per le stanze e, ogni tanto, si fermava per vedere se la seguivo.
Mi ero decisa a fare la baby-sitter di pomeriggio, dopo la scuola fino alle cinque e mezza se la signora arrivava puntuale.
Il padre, un professore, è in casa.
Ogni tanto deve uscire per consolare uno dei figli che non la smette di frignare.
Non so se mi chiameranno ancora.
Sono lì da mezz?ora e i bambini adesso giocano sul tappeto senza sporcarsi troppo.
Ho in bocca il gusto della zuppa di verdure bollente che ho bevuto dal bicchiere bianco di plastica, prima di salire. La lingua mi brucia ancora, ma il liquido caldo scivolato giù nello stomaco mi ha fatto bene.
Nella borsa ho due sandwiches in un sacchettino di carta; tra cinque minuti li tirerò fuori assieme alla cioccolata per i bambini.
Fuori dalla finestra luminosa si può vedere il college di mattoni rossi isolato nel mezzo di un prato. Ogni tanto qualche studente passa nel viale di fronte con lunghe gambe striminzite nei calzoni senza forma ed ampie giacche a vento sbottonate.
Alla fine me n?ero andata di corsa appena in tempo per prendere l?autobus.

La stanza ora è ben riscaldata e comincio a sentire il tepore penetrare nei vestiti; rabbrividisco ancora nel togliermi le calze bagnate.
Mi rannicchio sotto le coperte.
La prima sera che sono arrivata ero rimasta scioccata.
La casa era piuttosto modesta, il quartiere misero, la padrona di casa grossa e scostante, il marito alto, magro e silenzioso che dipingeva nel suo studio scuri quadri surrealisti.
Le figlie non c?erano.
La maggiore lavorava a Londra e tornava la domenica.

Dell?altra non ricordo nulla.
La mattina dopo il mio arrivo ero decisa a cambiare posto.
Ero uscita ad andare a telefonare all?organizzazione da una cabina poco lontana.
La signora mi aveva seguito senza che me ne accorgessi e si era intrufolata in cabina prima che potessi chiudere la porta. Temeva che volessi disdire, probabilmente.

Alla fine avevo deciso di lasciar perdere. Era gente che aveva bisogno di soldi e, del resto anch?io non ne avevo molti ed ero senza pretese.
In fondo, a lasciarli stare, erano a posto.

Stendo la mano e prendo una sigaretta.
E? diventata un?abitudine ormai, un gesto meccanico che ho imparato qui, lontana da casa, per rilassarmi.
Aspiro boccate senza sapore e sento la tensione cedere poco a poco.
Sotto le coperte ho fatto un gomitolo di nido caldo.
Sulla parete a cui è accostato il letto è disegnata una forma scura, viola e proprio davanti agli occhi, quando mi giro, una scritta inquietante in caratteri minuti ?I hate them all? mi disorienta. Certo che la prima sera mi aveva spaventata molto e per, un po? mi aveva dato i brividi.

Ma, alla fine mi ci sono abituata, niente di che, in fondo.
Mi stropiccio lo stomaco. Comincio a sentirmi meglio.
Le mani sono calde.
Ora.

Le unghie, lentamente, tracciano sulla pelle sottili strisce parallele mentre i fianchi disegnano ritmici archi pulsanti.

La pioggia solca di rivoli interrotti i riquadri della finestra.

Domani lezione di inglese.

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Niente di che (continua)

5 Luglio 2005 8 commenti


La città scorre davanti agli occhi attraverso i vetri sporchi del finestrino del bus che procede a scossoni.
I rumori sono spenti, addormentati dal freddo e dall?umido.

Con il guanto cerco di pulire il vetro e se ne va via solo la leggera patina di vapore che subito si riforma mentre restano le righe di fango che lo chiazzano all?esterno.
?To Chesterton, please?
? …k’u, dear?
Poche persone salgono in fretta portando una ventata di aria fresca e cercano subito un posto libero in cui sistemarsi assieme ai pacchi e ai propri pensieri. Mi guardo intorno, stanca e curiosa. I visi sono infreddoliti, lo sguardo assente; due bambini nelle loro divise blu scuro ridono piano.

Il senso di vuoto mi piomba addosso così, senza un motivo, come la pioggia leggera sulla strada, l?odore umido delle cose e la leggera nausea.
Respiro lentamente concentrandomi sul fiato.
Il bus è arrivato alla mia fermata; scendo rapida.
Ormai è quasi sera e la luce arancione della via dà strani e caldi riflessi alle case popolari di mattoni rossi, allineate senza fantasia, una dopo l?altra.
?What are you doing?? mi interrompe una voce stizzita.
?Sorry?
Il bambino nella carrozzina scura agita i piedi sotto la grossa coperta di lana, mentre la madre mi segue con lo sguardo irritato.
?Per fortuna non ho svegliato il piccolo? penso infastidita ed assente mentre allungo il passo.

Sono arrivata in fondo alla strada: davanti alla casa c?è un pino enorme e, dietro si allunga un giardino stretto con piccole piante nane ed una pozza d?acqua dove vivono due pesci rossi soddisfatti ed ottusi.
Sulla destra c?è il deposito del carbone che alimenta il focolare nella sala da pranzo e, sulla sinistra, all?esterno della casa,si accede alla toilette poco accogliente con la carta igienica appoggiata ad una finestrella dai vetri verniciati di bianco.
?Hallo?
?Hallo! Did you spend a good day??
?Yes, thank you, and you??
?So, so?
La signora sta aprendo una scatola di piselli in cucina per la cena e, mentre l?odore di burro fritto si spande per la casa, salgo in camera a posare la borsa e la giacca.

Lo specchio riflette un viso ancora arrossato dal freddo con la corta frangia che spunta dal foulard annodato strettamente sui capelli sottili.

Non desidero che distendermi al caldo, giù, vicino al fuoco.

(continua)

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