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Archivio Giugno 2005

Archivio 2 – Vipere (fine)

30 Giugno 2005 Commenti chiusi


Vorrei chiudere gli occhi tanto sono schifata e impaurita, ma temo che, se non sto attenta, in qualche strano e misterioso modo, lei possa compiere un balzo prodigioso e avvoltolarsi attorno alle mie gambe.

SSShhhh?I suoi movimenti guizzanti mi lasciano ipnotizzata.

Continuo a rabbrividire e socchiudo gli occhi mentre la vipera avanza snodata e silenziosa aderendo ai sassi.

Il percorso è a spirale, lento, ma agile. So che non riuscirò a muovermi.

All?improvviso mi colpisce il rumore di un colpo, un altro e ancora, ancora.
La vipera si contorce, ferita mortalmente.
Mi assale un conato di vomito e la nausea mi stringe la gola.
Vorrei chiudere gli occhi e, invece, resto a guardare paralizzata e con il fiato sospeso.

Mio padre dopo averla colpita la rigira con un pezzo di legno e il rettile si dimena, tra gli spasimi, con sempre meno forza fino a restare immobile.

C?è uno strano, dilatato, silenzio intorno.

Torniamo a casa.
La testa mi gira e poso cautamente gli scarponcini tra i sassi cercando, ostentatamente, di non alzare lo sguardo.

La VIPERA sta a penzoloni su di un bastone, come un trofeo.
Io sono silenziosa e me ne sto in disparte, assorta.
Il ritorno è rapido nel pomeriggio inoltrato.

Mio padre, prima di entrare, per scherzo, la sistema sui gradini di pietra che portano in cucina.

Sembra ancora viva.

L?urlo di mia madre arriva, puntuale e acuto.

Io non riesco a ridere, nemmeno per cacciare la tensione.

Quanto alla gita, beh, quella non la farò più.

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Archivio 2 – Vipere

29 Giugno 2005 Commenti chiusi


Mio padre, una volta all?anno, ci portava al torrente.
Il greto era sassoso, qualche pozza striminzita, erbacce in libertà.
Niente a che vedere con l?altro, quello vicino al monte, con le buche d?acqua gelata e profonda e gli enormi sassi.
Lì si poteva fare il bagno, spruzzarci e saltare da una roccia all?altra fino a risalire quasi alla fonte.
Quello nel piano, dunque, era un torrentello disgraziato, stenterello, pieno di i sassi bianchi rotondi e levigati.

In realtà non ho mai capito bene il perché di quella gita ripetuta ogni anno, come uno strano rito di iniziazione.
Si faceva sempre in una giornata dal sole cocente, quelle in cui l?aria trema davanti agli occhi e non sai bene se sei tu che stai per svenire o è proprio lei che ti fa quello scherzo.

Dunque la gita. Perché di gita si trattava, in effetti.
?Andiamo per vipere? lui diceva. E il proposito metteva già i brividi.
Mia sorella ci seguiva riluttante e, per tutto il tempo, si lamentava destreggiandosi scontrosa tra le erbe e la canicola.
Io sgambettavo di qua e di là con brio e cautela piena di una sorta di strana eccitazione.
Tutto questo mio agitarsi nascondeva, a ben vedere e in un certo qual modo, la mia preoccupazione, di trovarle, poi, VERAMENTE queste vipere, ma ero abilissima nel nasconderla a mio padre cui volevo, sempre, apparire indomita e coraggiosa.
Ogni volta, comunque, il giro si concludeva con un nulla di fatto che, contrariamente ai miei gesti di disappunto e di irritazione, mi faceva esalare un malcelato sospiro di sollievo.

Ma, un anno, eccola.
La VIPERA.
Striscia silenziosa tra i sassi. Scura, indolente.
L?aria si fa incandescente e ancora più liquida.
(continua)

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archivio 1

27 Giugno 2005 Commenti chiusi


(scena prima) prova

un bambino, né grasso, né magro, né alto, né basso.
Un bambino tranquillo, normale

(scena seconda
si muove tra i compagni, con movimenti né agili, né goffi e gioca i giochi di tutti senza particolari pretese o divertimento.

(primo piano)
i suoi capelli sono castani senza riflessi e sono dritti, sottili, morbidi.
Gli occhi sono grigi, di un grigio ombroso che si fa lucente quando ride.

Pare risucchiato da tutto quello che lo circonda, ma, a ben vedere, in fondo al suo sguardo c?è determinazione, curiosità e rabbia

Lo sfondo è poco chiaro? non si sa molto di lui.
L?immagine tende a stingersi ma, ecco, sì, porta calzoncini corti, tenuti su da sottili bretelle

DISSOLVENZA

(scena terza) prova

Più lontano una bambina, non ancora quella magra con braccia e gambe sottili che sarebbe diventata, ma una bambina ancora piccola con il viso tondo

La foto la ritrae così con un vestitino elegante dal corpetto a nido d?ape e le calze bianche flosce sui sandali.
La frangia ha un taglio a scodella rovesciata e le trecce sono tirate dolorosamente sulle tempie quasi fossero il frutto di un lavoro affrettato e nervoso.
Due nastri annodati morbidamente nascondono l?elastico stretto.
E? chinata leggermente in avanti e il vento le solleva dietro un poco, con discrezione, l?abito.
L?espressione è concentrata, seria, sorpresa.
Lo sfondo è sfumato. Sembra un parco.

DISSOLVENZA

Il bambino sta facendo qualcosa che richiede tutta la sua attenzione.
Usa un coltellino con la lama affilata e ci si mette d?impegno lavorando in modo metodico.
In classe il suo posto è defilato. Lui saprebbe come mimetizzarsi dovunque. Del resto non è che ci sia altro di interessante da fare lì dentro.
Segue uno schema ordinato che tiene conto dello spazio a sua disposizione. Forse, poi, lo colorerà con i pastelli.

DISSOLVENZA

La luce è accecante e la bambina appare tutta sudata.
Quello stupido vestito da festa le sta tutto incollato addosso.
E? così delicato.
Deve stare attenta a non sporcarsi.
Il ghiaino del viale è minuscolo e pulito.
Vorrebbe sparpagliarlo in giro con un calcio.
Ma non può.
E? troppo educata per farlo.
Passano poche macchine.

La bambina è seduta, ora.
Davanti a lei un quaderno aperto.
In mano una penna.
E? pettinata accuratamente. La frangia le cade in modo ordinato sulla fronte.
Non un capello fuori posto.
Indossa un grembiulino a quadretti bianchi e rossi, annodato strettamente in vita.
Accanto a lei, in piedi, un po? scostata a sinistra, un?altra bambina.
Più grande. Una testa di riccioli e un sorriso radioso.
Le tiene una mano sulla spalla.
Gli occhi della più piccola sono seri, preoccupati.
Stringe forte la penna tra le dita.

Sono sorelle

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Ondivagando per web-logs

24 Giugno 2005 2 commenti

Non sopporto

Quelli ?tutti carinerie e pissi pissi bao bao
Quelli che ? sono frustrati per i pochi interventi
Quelli che si lamentano dei troppo interventi e della qualità degli stessi
quelli che solo discorsi seri
quelli che bisogna essere spiritosi per forza
quelli che bisogna essere originali per forza
quelli che?nei blog altrui sono feroci e taglienti e nei propri tutti miele e melassa
quelli che utente anonimo
quelli che sono tutti sorrisi e allusioni tra ?noialtri?
quelli che rompono le balle
Quelli invisibili? consorterie e circoli chiusi, pvt claustrofobici per pochi intimi selezionati
quelli zuccherosi
quelli solo tragedie e depressioni
quelli che solo gridolini
quelli fritto misto con patatine
quelli tutti oh, ah che bello!

quelli che vaffa in culo.
Va?!

non sopporto nemmeno il mio, del resto

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marmellata d’arance a colazione

22 Giugno 2005 6 commenti


Si stropiccia la palpebra con il pollice.
Stamattina ha steso una riga irregolare sugli occhi arrossati.
La cancella sfregandola via.
I capelli sono appiccicati e disegnano dei ricci leggeri sulla nuca.
Li spazzola distrattamente.
Si stende sul letto, di nuovo, con un sospiro di sollievo. La schiena dolorante si rilassa.
I tendini del ginocchio si allentano un po? alla volta, ma ora le sembra che si blocchi l?articolazione.
Si gira su un fianco non senza aver sistemato, prima, un cuscino tra le gambe.
Si stropiccia il fianco libero e poi lo massaggia lentamente.
La tensione dell?anca si scioglie, un poco.
Ora si mette seduta, con le gambe distese sopra la trapunta.
Si scopre la sinistra.
La cicatrice rosa che parte dal ginocchio pizzica mentre ci passa sopra un dito. A fianco, vicino alla rotula, il ginocchio ha un rigonfiamento molle.
Inizia a frizionarlo e, infine, prosegue dalla caviglia verso l?alto.
Poi passa al piede.
Cerca di manipolarlo piegando la gamba e la schiena in un movimento innaturale e faticoso.
Potrà farlo per breve tempo.
Lo strizza tra le mani. Le dita stringono e si allentano ad intervalli regolari.
Avverte fitte leggere e strane piccole scosse.
Si distende di nuovo, supina.
La mano scorre sulla coscia smagrita in una carezza veloce.
Le dita sanno di miele e arancia amara
Poi rinuncia.
E?già stanca e la giornata è appena cominciata.

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Cambridge 2

21 Giugno 2005 3 commenti


Prendeva l?autobus alla mia stessa fermata e io mi mettevo in fila zitta e silenziosa con la bocca che sapeva di fiele e lo stomaco rovesciato al solo incontrarlo e mostravo un?aria miseranda e occhi pesti che mi davano, a mio avviso, un?aria adulta e vissuta.
Naturalmente non mi degnava nemmeno di uno sguardo, anche perché facevo di tutto per passare inosservata e mostrarmi indifferente e ironica. Del resto, se l?avesse fatto sarei scappata.

Un giorno gli studenti della scuola decisero di organizzare una partita di calcio ?italiani contro stranieri?.
Mancava l?arbitro e io, che a casa seguivo sempre le partite in tv, in uno slancio di pura pazzia mi proposi tra la sorpresa e lo sconcerto di molti e l?ammirazione di pochissimi.
Cominciai a correre a perdifiato su è giù per il campo fischiando fuori gioco e punizioni con una certa competenza, devo dire, ma anche, molto spesso, più che altro per fermare il gioco e rifiatare.

Ma a lui, al Wolfgang, non mi riusciva proprio di ?soffiargli contro?.
Se solo ci provavo mi si seccava la lingua oppure il fischietto esalava un suono miserando e debolissimo e la gola mi si faceva arsa.
Ogni sua azione scorretta o pestone o spinta passavano indenni tra il rumoreggiare del pubblico e l?aria sconcertata dei giocatori.
Io abbozzavo, sorridente e stordita in piena crisi di identità.
Lui, che non si era mai accorto della mia nascosta e silenziosissima passione, cominciò a capire che qualcosa non quadrava nella mia conduzione di gara e prese a guardarmi con aria prima interrogativa e poi curiosa.

La partita finì 4 a 2 per gli stranieri.
Gli italiani erano furiosi con me e io furiosa con me stessa e con le gambe tremanti e il viso in fiamme.

Il giorno dopo cambiai fermata di autobus e finsi di non vederlo più, il Wolfgang, mimetizzandomi, scostante, tra le altre ragazze fino alla fine del corso.
Nella villetta bianca, però, per un bel pezzo continuai a pensare tristemente al mio amore nascosto ed infelice e alla figura miseranda che, completamente ignaro, mi aveva fatto fare.

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Inghilterra – Cambridge

18 Giugno 2005 5 commenti


Wolfgang

Non sono mai vissuta a Londra, ci sono andata, in visita, per così dire tra una tazza di tè e l?altra o in gita scolastica con i miei compagni del corso ?Intermediate?.
Abitavo a Cambridge, ospite di una famiglia di anziani coniugi, lui in carrozzella, lei con i vaporosi capelli di un banco azzurrino.
Molto gentili.
La casa era in collina, bianca, straordinariamente linda per gli standard inglesi e con gli immancabili e curatissimi ?back and front gardens?.

Giù in città i prati erano rasati alla perfezione così come le rive erbose del fiume Cam dove gli studenti remavano su lunghe barche affilate e chinavano la testa passando sotto i ponti ad arco basso o solcavano con lunghi passi i cancelli di prestigiosi college.
In centro giravano in bicicletta con lunghi mantelli neri ed occhialini rotondi e noi ci infilavamo nei pub a bere birra e ci imbambolavamo borbottando parole incomprensibili ai nativi mettendo su un?aria feroce, o al contrario, gentile e ciarliera per mascherare l?odiosa sensazione di non capire nemmeno una parola e di spiaccicarne ancora meno.

A scuola, intanto, nei corridoi circolava fragorosamente un ragazzo tedesco, alto, robusto, che ostentava, con apparente noncuranza, nella tasca esterna dello zaino, le pagine sgualcite di Playboy.
Lo trovavo bellissimo anche se non corrispondeva per nulla ai criteri di selezione che avevo in quell?epoca. Anzi, mi sembrava addirittura rozzo, e pure, ne ero assolutamente affascinata.
(continua)

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Inghilterra – Londra 2

16 Giugno 2005 13 commenti


Ma quella della Ginzburg era la Londra del ?61 e, probabilmente, a quell?epoca la città si presentava così.
Era già, invece, diversa quando ci sono io andata la prima volta, negli anni ?70.

Era colorata, vivace, divertente, pazza.
La gente vestiva in modo stravagante, i ragazzi e le ragazze esibivano chiome lunghe e arie languide.
Era l?epoca del rock duro e i cantanti spaccavano le chitarre e gli attori stavano nudi sul palco e le band avevano capelli unti o faccette perbene con frange ordinate.
Giravano uomini dall?aspetto inquietante con il viso truccato e il corpo fasciato di seta mentre altri portavano giacche strette con cravatte sottili.
Ed era l?epoca di Twiggy, di Mary Quaint, dei Figli dei Fiori, si leggeva Marcuse e Kerouac, si andava ai concerti, ci si spinellava, si faceva l?autostop e anche l’amore.

Io portavo la minigonna e i calzoni a zampa e golfetti striminziti ed ero tutta braccia, gambe ed occhi e tette minuscole e camminavo trionfante e stranamente appagata per quelle strade, confusa tra gli altri così diversi e simili che mi prendevano per una di loro, io italiana, ma con i capelli diritti, biondi, con la frangia e la pelle chiara.

Londra era già internazionale e multietnica e appariva colorata e chiassosa per me che venivo dalla provincia di un?Italia del Nord triste e meschina.
E, nei pochi giorni che sono andata in giro, è stata la National Gallery e Trafalgar Square e Piccadilly Circus e il cambio della guardia e Hyde Park, tutte le icone del turismo superveloce, e quindi Tower Bridge e Portobello Road e lo Speaker Corner e… e via a perdifiato in una corsa assurda.

Ma erano, anche, gli ?oh? e gli ?ah? delle signore incipriate con cappellini pieni di piume e lo squittio delle ragazze che giravano allacciate, mano nella mano e parlavano con voce acuta o si sussurravano segreti. Ed era l?aria grave degli uomini e il lampo ironico negli occhi e l?andatura rapida dei ragazzi e il rossore delle loro guance e il mostrarsi originali ad ogni costo e le conversazioni caute degli adulti.

Ed erano odori e sapori nuovi, di cannella, di spezie ed erano budini molli dai colori pastello e formaggi gommosi di tinta arancione e il gusto selvatico del montone con salsa alla menta e quello dolce del porridge e il tè al latte e lo zucchero di canna e la colazione da strafogarsi e il tempo mutevole e fish and chips serviti ai banchetti in coni di carta oleata.

Ed erano borse e scarpe orrendamente coordinate e calzoni viola e aderenti dei ragazzi abbinati al marrone scuro dei maglioni sformati e scarpe a punta e gente magra e allampanata e donne bellissime o brutte senza rimedio.

Ed era la prima volta che ero lontana da casa.

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Inghilterra – Londra

14 Giugno 2005 6 commenti


Rosso.

…”A Londra, in questa città nera e grigia, l’uomo ha posto, con precisa determinazione, qualche colore.
Si può incontrare a un tratto un portoncino azzurro, o rosa, o rosso, tra i suoi neri fratelli. Passano, nell’aria grigia, gli autobus dipinti di un vivo rosso. Sono colori che altrove sarebbero allegri, ma qui non sono allegri, imbrigliati da una precisa e determinata intenzione, triste e smorto sorriso di chi non sa sorridere.
E rossi sono i carri dei pompieri, che non hanno uno strido di sirena, ma un dolce tintinnio di campanelle”…

Natalia Ginzburg: Elogio e compianto dell’Inghilterra 1961 pubblicato sul “Mondo”

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ieri sera

12 Giugno 2005 6 commenti


un’amica mi ha prestato il libro della Natalia Ginzburg : “Le piccole virtù”.
E’ un’edizione del ’62, un po’ rovinata dalle tante riletture.
E c’è questa foto sul frontespizio del libro in cui lei appare insolitamente radiosa.
Normalmente nelle foto lei è piuttosto ingrugnata, scura in viso, a disagio.
Qui invece ride con i suoi denti irregolari e le gengive scoperte e i capelli messi così come capita e gli occhi socchiusi, lunghi e stretti e quel viso grosso, da india e la mano, anzi, il pugno che lo sostiene e quell’aria felice.
E incomincio il libro e mi ci ritrovo e ricordo altri libri e altre parole ed è una bella compagnia.

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